giovedì 5 novembre 2020

Anonimo

 Dopo una lunga giornata di lavoro, il divano e la televisione sono un buon mezzo per lasciarsi tutto alle spalle. Nel mio caso un libro e una disinteressata gatta che arrotola sulla coperta stesa sul puf vicino ai miei piedi, sono l’ultima fase prima di una profonda dormita.

Sono immerso, in un fantasy, dove sta per scoppiare (o così lo scrittore vuol far intendere) una goliardica rissa da osteria e nel mentre mi torna in testa una frase raccolta fra gli scambi al bar: “Non voglio vivere questa giornata”. Ci penso e appoggio il libro, la rissa sarà nelle pagine di domani, sono abbastanza cotto per non farmi prendere da altre 10 pagine e così chiudo gl’occhi avviandomi verso una dormita profonda e ristoratrice.

Apro gli occhi, confuso, sento il vento che sferza, sento l’erba fresca sotto i piedi nudi, mi guardo intorno e quello che vedo mi lascia senza parole e quasi senza respiro. Sono su un’isola, non grandissima ma abbastanza alta, ricorda quasi un faraglione, il mare attorno è mosso, ma l’isola è talmente alta da ovattare lo scrosciare delle onde.

A pochi passi da me c’è un sentiero, ciottoli e nonostante le nubi che coprono il cielo, i miei piedi li percepiscono tiepidi. Lo seguo fino alla fine e mi trovo davanti ad una piccola villetta in legno. Ha un patio, delle finestre e una cassetta delle lettere. Mi avvicino, fa fresco e sono in pigiama che da buon nerd è di Star Wars, spero nella presenza di qualcuno, ma non sembra esserci anima viva l’unico segno di vita è una specie di pergamena arrotolata.

“Ti è fatto questo dono, non è unico ma è raro. Anonimo”.

Sono ancora più confuso, e il freso inizia a diventare freddo, per rompo gli indugi e decido di entrare, e la porta si apre.

All’interno quello che noto è che la casa è spoglia o quasi, non ci sono arredi ma è evidente una scala a chioccola che porta verso il basso. Davanti ad essa mi sembra di intravvedere un mio vecchio paio di calde ciabatte con il muso di lene e tanto di criniera. Le indosso, sentendomi investito di ricordi.

Al termine delle scale mi ritrovo davanti ad una vista che ancora una volta mi toglie il fiato, mi trovo all’interno di una casa moderna, elegante, con profumi di mandorla e cannella, la cui unica vetrata dà sul mare. Un Loft su 4 livelli accogliente e meraviglioso, e la mia curiosità prende il sopravvento inizio a osservare tutto ciò che mi circonda.

Trovo una porta con il mio nome, mi stupisco, ma è un sogno, la apro ed è una stanza da letto con cabina armadio, con dentro le mie cose da corsa, i mei abiti. Trovo uno studio, con un pc, trovo una piccola spa, con sauna e idromassaggio. Trovo una cucina degna un ristorante da 100 coperti, trovo una credenza, un frigo, la cantinetta dei vini ed ogni cosa che penso di voler trovare, sembra esserci. Come se da sempre fosse stata presente.

Trovo una stanza, ma la porta è chiusa. Me ne faccio una ragione.

Al mio risveglio, mi sento a tratti confuso e ancora un po’ frastornato dal sogno, la calma, la tranquillità vissuta durante la notte mi avevano davvero giovato.

Per svariate notti mi ritrovai sull’Isola, nella casa mi sentivo bene e il tempo passava come se “vivere la giornata fosse il tramite per raggiungere la mia isola”, tuttavia sentivo la mancanza di qualcosa o qualcuno, a quel pensiero mi si strinse il cuore, e accusai ancora una volta quel senso di assenza che avevo provato per una vita intera.

Nel mio più profondo io ho sempre avuto la certezza di avere un gemello, ho sempre percepito la sua esistenza ma nella vita non avevo mai avuto la forza di cercarlo.

Un rumore, un qualcosa aveva interrotto il silenzio di tutto. Tesi l’orecchio per capire la provenienza e poi nulla. Poi un soffuso suono di passi a piedi nudi e poi una voce femminile chiese “ ehiii… c’è qualcuno ? “.

Ero bloccato, paralizzato, come se qualcuno avesse fatto la sagoma del mio sedere sullo sgabello della cucina. Provai a dire qualcosa ma mi uscì solo questo: “…si… certo … sono in cucina, la trovi al secondo livello”.

Davanti a me apparve una donna, della mia età, con i capelli neri arruffati, un pigiamo lungo con una versione nerd dei miny pony.

Ci studiammo per un po’, stessa altezza, stesso colore degl’occhi, non stavo credendo a quello che stavo vedendo, ma prima di ogni altra cosa avremmo dovuto vincere quel silenzio.

Le chiesi -“hai fame?”

Mi rispose -“e già …”

Provai con-“creeps con crema alla vaniglia e scaglie di cioccolato fondente ?”

Rispose “io faccio il caffè hai la moca?”

Sorrisi trattenendo a stento una lacrima, “si certo che c’è…”

Mangiammo come due frati, in silenzio ed educatamente e poi fu lei a rompere gli indugi, “… e tu sei ?“

-“Sono Clode, nato il 22/11/1974 a Milano e tu sei ?”

-“Sono Cloe, nata il 22/11/1974 a Milano”.

Parlammo per tutta la notte, passarono davanti ai nostri occhi le nostre vite, le nostre esperienze. Il fatto di sentire entrambi una mancanza e allo stesso tempo una presenza.

Per parecchie altre notti, trovammo piacevole incontrarci e vivere un po’ insieme, fino a che non venne il momento di incontrarsi dal vivo. Abitavamo in due nazioni diverse oltre 11'000 chilometri di distanza, e ci si dovette organizzare per il viaggio, entrambi avevamo famiglie a cui dover dare spiegazioni, palesemente incredibili. Ma difronte alla nostra somiglianza, al modo di parlare, di gesticolare e la perenne fame ogni dubbio decadde.

Da quel momento il sogno nell’isola sparì, ma mi lascio qualcosa.

Qualche giorno dopo, durante un insostituibile espresso, sentii ancora “Non voglio vivere questa giornata” erano passati parecchi anni, ma quella voce la ricordavo, quella frase la ricordavo. Per cui presi quello che l’isola mi aveva lasciato e mi avvicinai a quella ragazza, e senza farmi vedere, le infilai un ciottolino nella tasca.

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