giovedì 5 novembre 2020

Anonimo

 Dopo una lunga giornata di lavoro, il divano e la televisione sono un buon mezzo per lasciarsi tutto alle spalle. Nel mio caso un libro e una disinteressata gatta che arrotola sulla coperta stesa sul puf vicino ai miei piedi, sono l’ultima fase prima di una profonda dormita.

Sono immerso, in un fantasy, dove sta per scoppiare (o così lo scrittore vuol far intendere) una goliardica rissa da osteria e nel mentre mi torna in testa una frase raccolta fra gli scambi al bar: “Non voglio vivere questa giornata”. Ci penso e appoggio il libro, la rissa sarà nelle pagine di domani, sono abbastanza cotto per non farmi prendere da altre 10 pagine e così chiudo gl’occhi avviandomi verso una dormita profonda e ristoratrice.

Apro gli occhi, confuso, sento il vento che sferza, sento l’erba fresca sotto i piedi nudi, mi guardo intorno e quello che vedo mi lascia senza parole e quasi senza respiro. Sono su un’isola, non grandissima ma abbastanza alta, ricorda quasi un faraglione, il mare attorno è mosso, ma l’isola è talmente alta da ovattare lo scrosciare delle onde.

A pochi passi da me c’è un sentiero, ciottoli e nonostante le nubi che coprono il cielo, i miei piedi li percepiscono tiepidi. Lo seguo fino alla fine e mi trovo davanti ad una piccola villetta in legno. Ha un patio, delle finestre e una cassetta delle lettere. Mi avvicino, fa fresco e sono in pigiama che da buon nerd è di Star Wars, spero nella presenza di qualcuno, ma non sembra esserci anima viva l’unico segno di vita è una specie di pergamena arrotolata.

“Ti è fatto questo dono, non è unico ma è raro. Anonimo”.

Sono ancora più confuso, e il freso inizia a diventare freddo, per rompo gli indugi e decido di entrare, e la porta si apre.

All’interno quello che noto è che la casa è spoglia o quasi, non ci sono arredi ma è evidente una scala a chioccola che porta verso il basso. Davanti ad essa mi sembra di intravvedere un mio vecchio paio di calde ciabatte con il muso di lene e tanto di criniera. Le indosso, sentendomi investito di ricordi.

Al termine delle scale mi ritrovo davanti ad una vista che ancora una volta mi toglie il fiato, mi trovo all’interno di una casa moderna, elegante, con profumi di mandorla e cannella, la cui unica vetrata dà sul mare. Un Loft su 4 livelli accogliente e meraviglioso, e la mia curiosità prende il sopravvento inizio a osservare tutto ciò che mi circonda.

Trovo una porta con il mio nome, mi stupisco, ma è un sogno, la apro ed è una stanza da letto con cabina armadio, con dentro le mie cose da corsa, i mei abiti. Trovo uno studio, con un pc, trovo una piccola spa, con sauna e idromassaggio. Trovo una cucina degna un ristorante da 100 coperti, trovo una credenza, un frigo, la cantinetta dei vini ed ogni cosa che penso di voler trovare, sembra esserci. Come se da sempre fosse stata presente.

Trovo una stanza, ma la porta è chiusa. Me ne faccio una ragione.

Al mio risveglio, mi sento a tratti confuso e ancora un po’ frastornato dal sogno, la calma, la tranquillità vissuta durante la notte mi avevano davvero giovato.

Per svariate notti mi ritrovai sull’Isola, nella casa mi sentivo bene e il tempo passava come se “vivere la giornata fosse il tramite per raggiungere la mia isola”, tuttavia sentivo la mancanza di qualcosa o qualcuno, a quel pensiero mi si strinse il cuore, e accusai ancora una volta quel senso di assenza che avevo provato per una vita intera.

Nel mio più profondo io ho sempre avuto la certezza di avere un gemello, ho sempre percepito la sua esistenza ma nella vita non avevo mai avuto la forza di cercarlo.

Un rumore, un qualcosa aveva interrotto il silenzio di tutto. Tesi l’orecchio per capire la provenienza e poi nulla. Poi un soffuso suono di passi a piedi nudi e poi una voce femminile chiese “ ehiii… c’è qualcuno ? “.

Ero bloccato, paralizzato, come se qualcuno avesse fatto la sagoma del mio sedere sullo sgabello della cucina. Provai a dire qualcosa ma mi uscì solo questo: “…si… certo … sono in cucina, la trovi al secondo livello”.

Davanti a me apparve una donna, della mia età, con i capelli neri arruffati, un pigiamo lungo con una versione nerd dei miny pony.

Ci studiammo per un po’, stessa altezza, stesso colore degl’occhi, non stavo credendo a quello che stavo vedendo, ma prima di ogni altra cosa avremmo dovuto vincere quel silenzio.

Le chiesi -“hai fame?”

Mi rispose -“e già …”

Provai con-“creeps con crema alla vaniglia e scaglie di cioccolato fondente ?”

Rispose “io faccio il caffè hai la moca?”

Sorrisi trattenendo a stento una lacrima, “si certo che c’è…”

Mangiammo come due frati, in silenzio ed educatamente e poi fu lei a rompere gli indugi, “… e tu sei ?“

-“Sono Clode, nato il 22/11/1974 a Milano e tu sei ?”

-“Sono Cloe, nata il 22/11/1974 a Milano”.

Parlammo per tutta la notte, passarono davanti ai nostri occhi le nostre vite, le nostre esperienze. Il fatto di sentire entrambi una mancanza e allo stesso tempo una presenza.

Per parecchie altre notti, trovammo piacevole incontrarci e vivere un po’ insieme, fino a che non venne il momento di incontrarsi dal vivo. Abitavamo in due nazioni diverse oltre 11'000 chilometri di distanza, e ci si dovette organizzare per il viaggio, entrambi avevamo famiglie a cui dover dare spiegazioni, palesemente incredibili. Ma difronte alla nostra somiglianza, al modo di parlare, di gesticolare e la perenne fame ogni dubbio decadde.

Da quel momento il sogno nell’isola sparì, ma mi lascio qualcosa.

Qualche giorno dopo, durante un insostituibile espresso, sentii ancora “Non voglio vivere questa giornata” erano passati parecchi anni, ma quella voce la ricordavo, quella frase la ricordavo. Per cui presi quello che l’isola mi aveva lasciato e mi avvicinai a quella ragazza, e senza farmi vedere, le infilai un ciottolino nella tasca.

venerdì 5 aprile 2019

Il signore del bosco

Molte circostanze si presentano per puro caso, siamo noi che dobbiamo saper cogliere la bellezza di ciò che avviene, la fragranza dell’imprevisto, il brivido dell’inspiegabile. Non sta a noi cercare nel tutto, se il tutto vuole ci si paleserà, senza presentarsi, senza essere atteso.

Novembre è un mese magico per correre, soprattutto se si è alle prime armi con questa pratica, se poi lo scenario è un bosco, la corsa non diventa solo evasione, si trasforma in un momento di vera relazione fra uomo e natura. Quanto meno questo pensavo, quanto meno questo è quello che credevo. Ma la vita è piena di soprese e questa è stata tale.
Gli incontri che puoi fare correndo in un bosco sono molteplici e variegati, si ci sono molte persone che corrono, molti passeggiano soli con il cane o con la famiglia. Non è raro incontrare scoiattoli, aironi, o altri animali che rendono vivo il circondario.

Novembre è stato un mese, che mi ha segnato. È stata la prima volta che ho superato i miei limiti, è stata la prima volta in cui ho provato freddo, ma se ci ripenso correre al crepuscolo ha un qualcosa di magico, si riesce a percepire il passaggio dal giorno alla notte, la luce che si attenua. Si sente il passaggio dal clima tiepido al clima fresco. Queste sensazioni ti portano a voler chiudere la sessione, ad arrivare al traguardo.
Quella sera, era fresca, ero spensierato, benché fossi molto concentrato sul risultato, ancora non sapevo che sarebbe successo qualcosa di inatteso. Stavo per fare una serie di incontri che mi avrebbero cambiato.

La sensazione che provai fu intensa, nel incrociare il suo sguardo. Il nostro primo incontro durò meno di un minuto, ma fu intenso tanto che di lui riuscii a cogliere tutto. Il suo codino bianco, che ritmicamente andava da destra a sinistra, le orecchie lunghe, le zampe lunghe avvolte, da quel sottile strato di grasso che d’inverno ricopre i conigli. Io correvo, lui stava probabilmente tentando di raccogliere le ultime bacche commestibili, lo vidi approcciare sul sentiero, lui vide me. Ci guardammo negl’occhi, e percorsi i metri che ci separavano continuando a guardarlo. Lui fece la stessa cosa.

Come la brezza che quella sera accompagnava la mia corsa, tutto passò. Ero quasi alle casupole abbandonate, sapevo che mancava poco meno di 800 metri alla macchina, e circa 1800 metri ai 10km, pensieri che passano rapidi nella mente, rapidi come una radice non vista in precedenza, sentii il vuoto sotto i piedi, stavo cadendo e d’impatto chiusi gli occhi.

Quando li riaprii, era notte fonda, mi sentivo come se qualcuno avesse giocato con le mie ossa, lasciandole in completo disordine all’interno del sacchetto di pelle che in quel momento era il mio corpo. Nel cercare di riprendermi vidi un bagliore provenire da una delle due casupole, e senza pormi domande e senza attendere inviti mi diressi in quella direzione.

La sorpresa fu enorme, tale da togliere il fiato, da asciugare la poca aria che ancora avevo nei polmoni, attorno ad un fuoco tenue, caldo, soffuso erano raccolti dei conigli, dieci, forse venti forse di più. Fra loro, mi parve di riconoscere in un guizzo di coda, l’incontro del pomeriggio. Rimasi sorpreso perché la mia presenza non destò alcun ritorno, non c’era una sensazione di tensione o di paura. Tutt’altro c’era calma e serenità.

Ad un certo punto una voce maschile, decisa mi chiese di farmi avanti, ero in quello stato in cui tutto sarebbe potuto accadere e nulla in più mi avrebbe turbato, mi chiamò per nome. Non esitai. Fra loro, era presente un essere più piccolo, dalle sembianze umane, dalle mani dolci, dallo sguardo così profondo da lasciar intendere secoli e secoli di storia alle spalle.

Vicino a lui benché fosse molto più basso di me, mi sentivo come un granello di polvere in una cava, come la luna al cospetto dell’universo stesso.  Mi si presentò come il signore del bosco, mi si presentò come colui che tutto osserva, come colui che tutto sa. Sorrise, dolcemente e aggiunse poche parole: “figliolo, dentro di te, c’è una grande forza, una grande energia, la sentiamo quando corri, la sentiamo quando ti osserviamo. Un giorno, se vorrai ti racconterò di più. Volevo conoscerti e ora va… hai qualcosa da finire”.

il vento mi schiaffeggiò, aprii gli occhi, il piede trovò, buttai fuori tutta l’aria che avevo dentro, ripresi l’appoggio ero tornato a corre, caduta schivata, riuscii a riprendere il ritmo.

Gli ultimi 1800mt furono complessi, ma sentivo dentro una nuova energia, una nuova motivazione, e oggi a distanza di anni ricordo ancora quella giornata. Ripenso a quell’incontro, ripenso a tutti i coniglietti che ho incontrato ancora. Corro ancora nel bosco, non si sa mai chi si possa incontrare.

giovedì 22 febbraio 2018

La nuvola

Le vacanze finiscono e purtroppo lo fanno sempre. Ma per me le brutte notizie non erano assolutamente finite, di li a breve avrei messo il mio skate nel box per almeno un mese, dato che si riprendeva la scuola.
Avevo tutta la giornata per fare i bagagli, salutare la nonna che amorevolmente mi aveva ospitato, gli amici con cui avevo passato splendidi momenti e le amiche.
A vent'anni gli amici si salutano in una manciata di minuti, per le amiche si spende un po' di più.
Verso le 12:30 tergiversavo, dovevo ancora convincere la mia gatta ad entrare nella gabbia con bisognini consumati e dovevo ancora decidere se mangiare in viaggio o mangiare a casa.
Alle 13.00 con pancia piena tutto era predisposto per la partenza, anche il sole e il cielo erano dalla nostra parte.
Uno splendido azzurro contornava splendidamente la cartolina che Bordighera poteva offrire sul finire di agosto.
Mi aspettavano 300km circa con una sosta per un meritato caffè di metà viaggio.
Fin da subito trovai poco trafficco e la mia pelosa compagna di viaggio, aveva già ben preso il sonno. Mi sarebbe toccata una solitaria senza musica e per come interpreto i viaggi, era l'idillio perfetto.
Vedevo il panorama, assaporavo il profumo della Liguria, fatto di pini, sole ed del poco smog della riviera di ponente.
Passai Sanremo, Arma di Taggia, ammaliato dai riflessi del mare, era un panorama incantevole, un ritratto davvero stupendo.
Notai allora un ciuffo bianco in quel cielo azzurro, una nuvola, una piccola nuvoletta bianca.
A Spotorno era ancora li, come se i caldi raggi del sole e le correnti ventose non riuscissero a dissolverla.
C'era ancora a Savona e sul Turchino e allo svincolo per Genova e la cosa cominciava a divertirmi quella nuvoletta, sembrava viaggiare con me.
Il traffico si faceva più intenso, e mi fermai all'autogrill di Marengo per il caffè.
La gatta non fece una piega continuò a dormire, le avevo abbassato un filo i finestrini per via del caldo, ma strano a dirsi e a vedersi sembrava a suo completo agio.
Verso Tortona, la gatta si svegliò, fece capolino con un semplice miagolio soffuso, secondo me era ancora addormenta, provai a guardarla dallo specchietto e notai che era comodamente sdraiata nella sua gabbia con una zampa sul suo pupazzo preferito.
Notai che la nuvola era ancora al suo posto, non troppo distante dal sole e nonostante l'ingresso in Lombardia il cielo era ancora terso e limpido.
Nell'ultimo tratto di strada il traffico sembrava completamente dissolto, poche macchine, e stranamente educate.
Decisi quindi di spingere un po' passando in terza corsia.
Nell'uscire la macchina davanti, una maledetta golf rossa mi chiude contro il gard rail.
Tutto avviene in un attimo, il suo posteriore sinistro urta il mio anteriore destro, il mio anteriore anteriore destro si schiaccia contro il gard rail, la macchina curva, si inclina, il rumore della lamiera che si piega, scintille che entrano dal finestrino.
La macchina si staccò da terra dall'interno verso l'esterno, una capriola decisamente pericolosa.

Poi fu silenzio, l'impatto sulle 4 ruote dopo aver girato su me stesso, un tonfo sordo, ma tutto bene, la macchina va ancora e me ne rendo conto, una lucidità dovuta più all'adrenalina che al resto.
Riprendo il volante e cerco di raggiungere la corsia di emergenza.
La gatta sta bene, io sto bene, nessuno dei due ha segni dell'impatto, la macchina ha il muso rovinato sul lato destro ma tutto il resto sembra essere straordinariamente intatto.
La carrozzeria si ripara.

Lo spavento scema, rimango per qualche minuto fuori dalla macchina, a prendere coscienza di quanto è avvenuto negli ultimi 800 metri. Per fortuna non c'era nessuno, per fortuna non c'erano altre macchine. Alzo gl'occhi al cielo... e la nuvola è ancora li... 
Sento un brivido, un sussurro dolce, una voce che conosco, "ora sai perché ti ho seguito, ti sarò sempre vicino", guardo la nuvola che piano si dissolve.

martedì 14 aprile 2015

Esiste?

Ricordo ancora con precisione indelebile tutte le splendide sensazioni che quella mattina mi avevano avvolto, dolci, morbide come un abbraccio materno.

La prima volta che notai qualcosa fu quasi per caso, tanto da memorizzare il dettaglio ma senza potergli dare un peso e un valore concreto.
Ero vicino a mio padre sul balcone, in un tiepido inverno, stavamo lavorando al mio bonsai, io con le mie nuove forbici, lui con le sue. Il cielo era limpido, il sole si era ripreso i suoi spazi dopo la nevicata dei giorni precedenti.
Sul davanzale in marmo si era depositato un sottile strato di neve e ben visibili c'erano le orme del "solito" merlo.
Ci faceva visita spesso, per lui il nostro balcone non aveva segreti, non sempre era il ben venuto ma facevamo finta di accettarlo.
"Dobbiamo dargli una forma, in questo momento i palchi sono troppi e rendo la pianta poco armonica" mi disse mio padre, ed in fondo aveva ragione, quella pianta mi assomigliava, slanciata con dei toni classici della scapigliatura.
"Taglio questo ramo qui papà?" chiesi quasi con timore reverenziale. "Certo amore é il ramo giusto vedrai che questa primavera tirerà fuori nuovi germogli, crescerà proprio come stai facendo tu".
Sorrise posò la forbice, guardò le impronte sulla neve, alzò un ciglio e mi arruffò ancor più i capelli.

"Credi che esitano i folletti?" questo suo esordio mi stupì, l'ironia di mio padre era come una bandiera al vento, a volte era artefice di scherzi macchinosi e questo sembrava il timido inizio di un qualcosa di epico. Sorrisi e dissi "No papà secondo me non esistono"

Passò del tempo da quell'episodio, circa un mese. Nel pieno della notte mi svegliai con la forte sensazione di una presenza in camera.
Guardai prima nella direzione dei piedi e la nostra gattona non c'era, guardai nel letto del mio fratellino ed era come al suo solito arruffato nelle coperte.
La sensazione era ancora con me, mi sentivo osservato eppure la flebile lucina notturna, che dava una forte connotazione di azzurro a tutta la stanza, non evidenziava nulla.
Feci finta di riaddormentarmi, posai la testa sul cuscino e attesi. Dopo qualche istante sentii un sottile rumore di passi.
Poi il sonno tornò ad abbracciarmi e la mattina giunse indisturbata.

Provai a raccontare a mio padre quella strana avventura notturna, e lui cercò di minimizzare, spiegandomi che molto spesso la nostra gatta gira per casa di notte per farsi lo spuntino. Ragionevolmente parlando era una spiegazione più che plausibile, per cui  l'accettai e la feci mia.

Nel pomeriggio, dopo un intensa giornata di scuola, provai a sdraiarmi sul letto e fu allora che notai sul piumone dei piccoli segni, delle fossette. Alzai lo sguardo e vidi qualcosa guizzare.
Fu un solo momento, un singolo battito di palpebre ma qualcosa vidi.
Mi tornò alla mente la frase di mio padre "Credi che esitano i folletti?".

Non ne parlai ne con lui ne con la mamma rimase un mio pensiero e mosso più dalla curiosità che da altro mi preparai ad un piccolo ma significativo esperimento.
Quella sera prima di andare a letto, presi un biscotto. Un semplice frollino, l'avrei lasciato sul comodino vicino alla luce notturna.

Mia mamma mi chiese lo scopo del biscotto e fui pronto a dire " non si sa mai se mi viene fame almeno é vicino". Ma la notte passò senza sorprese.

Sulla strada di scuola mia mamma mi stupì esordendo con "ho visto che alla fine il biscotto te lo sei sbaffato questa notte.."
Raccolsi quell'informazione molto distrattamente e mi ci vollero quasi tutte le ore di scuola per materializzata.
Chi aveva mangiato il biscotto? Eppure dentro me la risposta già c'era.

Passai giorni, mesi a lasciare biscotti sul comodino nel tentativo di scoprire chi o cosa fosse ma non riuscii mai a cogliere nulla, forse anche il mio fratellino sapeva, o forse no.
Notai solo una stranezza, quando perdevo  qualcosa nel giro di poche ore mi capitava di ritrovarla, e all'apparenza l'oggetto smarrito sembrava apparire proprio nel posto più in vista.

Un giorno trovai un piccolo rotolino di carta sul mio cuscino, c'era un minuscolo disegno con bimbo sorridente.
Da quel giorno il biscotto rimase sul comodino.

A distanza di un anno il ricordo si era assopito, il mio fratellino era diventato il mio compagno di giochi anche ora lui aveva la mia età ed era un esplosione di vitalità.
Quella mattina aveva però un'espressione curiosa, indecifrabile. Lo guardai e gli chiesi: "Fede che succede?"
Non parlò mi prese per mano e mi portò in camera nostra, chiuse la porta e gli si illuminò il volto.
"Lory devo dirti un segreto... Questa notte ha mangiato il biscotto ma io non l'ho visto... Secondo te esiste ?"

giovedì 9 aprile 2015

In ritardo.

"sono in ritardo, sono in ritardo, sono sempre dannatamente in ritardo..." questo è uno dei primi pensieri della mattina.

L'impatto con la realtà scandito dalla sveglia è generalmente brusco, tragico e violento, l'essere strappati ad un sogno, catapultarsi dal virtuale al reale da uno sgraziato e sgradevole suono, non è di alcun aiuto, il contatto con la vita è senza filtri ed immediato.

Il tutto si interrompe con un gesto semplice, si tende un braccio, si "srotola il dito" , si preme il pulsante. Il tepore delle coltri sarà poi ben lieto di accetare nuovamente quell'arto esule, che con tanta grazia ha zittito chi di malgrazia è causa di tutto ciò.

"Il letto, il piumone, cosa ci faccio ancora qui? quanto tempo è passato da che ho spento la sveglia?" un classico no? Queste domande me le pongo tutte le mattine e scopro che è passata sola una manciata di minuti, per cui sono ancora in tempo per far tutto, ma il tarlo del ritardo, ancora in una sua prima forma embrionale emette il suo primo vagito.

Lavaggio, sgrassaggio, caffè i passi fondamentali per traguardare l'uscita di casa tuttavia l'attitudine ad essere abitudinari rende gli umoni automi, macchine poco pensanti o con la ristretta capacità di farlo solo in un determinato lasso di tempo; non mi scosto da questo questo gruppo, e compio roboticamente tutte quelle attività che in poco meno di venti minuti mi portano ad essere pronto ad affrontare una nuova giornata.

Già,  ma se tutto filasse liscio come l'olio sempre, perchè mai il tarlo del ritardo attende al varco, premuroso e scrupoloso come un controllo alla dogana australiana?

Quel giorno, non fu così. Quel giorno cambiò tutte le regole del gioco o meglio ancora cambiò radicalmente il gioco.

6:10 (un ora e 50 minuti all'impatto)
Suona la sveglia, dopo una notte in cui tutte le ansie e le forme di stress avevano deciso di danzare con me fino al momento in cui il sole avrebbe, senza troppe velleità preso il posto della luna.
Apro gl'occhi e mi rendo conto che qualcosa non è in linea con le aspettative, ho il sole è in ritardo o la sveglia mi ha tirato un brutto scherzo impostandosi su un fuso orario di 3 nazioni più in la' della mia.
Una certa agitazione fa capolino fra le prime vertebre del collo, creando quella manciata di brividi che fanno alzare le spalle. Mi rendo conto dell'inutilità di attendere oltre fra le coltri, così abbandono il letto.
Il contatto con il pavimento, il mio morbido parquet, è in realtà come un bicchier d'acqua gelato in pieno volto con vento a favore, freddo, umido quasi spettrale.
Cerco le ciabatte, ma ricordo di non averle mai comprate e penso al fatto che ogni mattina questa domanda pervade quella manciata di neuroni che si occupano del mio umorismo, se la rimbalzano per un paio di minuti, lasciando il compito alle future sinapsi di ricordarmi che dovrei comprarne un paio.

6:15
Il rito della preparazione del caffè è semplice, prevede pochi gesti e nessuo di questi è elegante in modo alcuno, recuperare caffettiera, pulire caffettiera, riempire d'acqua caffettiera, riempire di caffè caffettiera, accedere il gas deporre caffettiera.
Le criticità sembrano poche, sembra un processo lineare, ma ci sono centinaia di possibilità per cui un agente esterno potrebbe rendere tutti questi semplici gesti un conclave di catastrofi.
Generalmente fra il punto 1 e il 2 la caffettiera cade, fra il 2 e il 3 il rubinetto emette uno scroscio troppo forte  la caffettiera cade nel lavabo generando un rumore inatteso.
Guardando dalla finestra mi rendo conto che è ancora troppo buio per essere l'ora e il tempo in cui dovrei essere. Cerco il cellulare che nottetempo è stato abbandonato sul tavolo.
Stupito vedo tre chiamate di cui non mi curo ma l'ora è quella corretta, sono le 6.20.

6:30
Lavato, sgrassato e sbarbato, mi rendo conto di essere in ritardo, non avevo previsto, la necessità di rasarmi, il caffè sarà ormai quasi bruciato. I miei neuroni legati all'umorismo più sottile mi ricordano che "adoro il profumo del caffè bruciato alla mattina.. da il senso alla vita" e pensando a tutto il napalm di Apocalipse now,  mi rinfranco e mi incammino alla conquista della mia tazza rossa.
15 i biscotti selezionati per l'inizio, frutto di una splendida selezione casuale fra quelli che trovo nel sacchetto, qualcuno è rotto qualcuno è intero, ma non me ne curo.
E' buio, tutto attorno è buio, decido di accendere la tele.
Era dagli anni ottanta che non vedevo il cerchio con l'rgb e i toni di grigio, ma sui primi 10 canali vedo solo quello, accompagnato da quello che sembra un sottile rumore di fondo.

6:40
Faccio due passi, percepisco sempre più quello strato di disagio che si sta depositando sulle spalle, appesantendo ogni mio passo. Sento di non volerlo fare, ma devo vincere la repulsione all'aprire la finestra. Buio, qualche stella, lampioni spente, case spente, nessun ruomore.
"Nessun rumore" due semplici vocaboli che rimangono sospesi davanti hai miei occhi.
Mai nella vita avrei pensato di poter dire "... Ho visto il silenzio..."

6:45
Salto tutte le fasi utili dell'analisi della nuova situazione (più perché non le ricordo tutte ragiono una manciata di secondi e ottengo solo rifiuto e accettazione) passando direttamente all'accettarla, credo di non aver bisogno delle altre, il tempo é inesorabile passa ed io non sono il protagonista, anzi sono sempre più consapevole di essere in ritardo. Questa situazione mi sta opprimendo.

6:50
Nodo alla cravatta, giacca, zaino e sono sulla porta di casa. Sono al limite del tempo utile per arrivare in stazione. So che dovrò correre ma é sempre così, é quasi sempre così. Premo per l'ascensore ma a quanto pare la rete elettrica condominiale é saltata. Succede spesso ultimamente. Le scale rimbombano dei miei passi, tronfi, pesanti come se lo zaino con il PC fosse diventato molto più pesante.
I 50 metri che mi separano dalla stazione sembrano mostrare uno scenario immutato rispetto a quanto avevo visto dalla finestra. Buio e vuoto, non ci sono persone in giro. Il bar é chiuso ( i 5 neuroni del mio umorismo scattano in un brlliante siparietto musicale dedicato al bar che é sempre chiuso, un crescendo di note a caso che chiude sfumando) e anche l'edicola e su questa mi soffermo perché stona rispetto al resto.

7:00
In stazione (che già di suo é una desolazione architettonica) mi trovo solo, con parecchia fatica riesco a raggiungere il binario dato che anche lei é inesorabilmente al buio. Tutto é spento monitor, display, lampioni, neon anche gli ascensori. Non fosse per la torcia del cellulare non sarei riuscito a percorrere le due rampe di scale.
Il tarlo del ritardo si fa vivo, con un impeto tutto suo, esplode come una bomba e da luogo al mio primo e vero ragionamento della giornata "se ci sono problemi di linea non arriverò mai in orario". Sospiro ma ho fiducia (poca ma ne ho) nel servizio ferroviario.

7:10 (50 miniuti dall'impatto)
Ho il cellulare, il treno dovrebbe arrivare in breve, quindi posso provare a vedere se c'è qualche notizia. Magari un eclissi, di cui non ho notizie. Vivo nel mio mondo, non guardo la tele, leggo, mangio e soddisfo i miei fisiologici bisogni e poco altro.
Internet non va (ancora una volta i miei simpatici neuroni da umorismo propongono un giro di batteria portando i miei occhi al ponte 3g posto a pochi metri dalla stazione) sorrido so il perché é sempre così.
Provo ad accedere ad uno dei giochini che ho sul mio cellulare, ma ho la consapevolezza che senza internet non andranno. 

7:15
Del treno non ci sono tracce, il tempo passa e la sua spada preme con forza sulla mia schiena. Se non prendo questo treno sono in ritardo netto. Nulla più di un ritardo mi mette così tanta ansia.
Cosa fare? Ho due valide opzioni o tornare a casa e prendere la macchina, o lavorare da casa. Se opto per la prima scelta arriverò ancora più tardi, se opto per la seconda, rischio di essere in anticipo. Ammetto che questa visione mi permette di rilassare i muscoli.

7:20
Nel buio, unica costante di questo singolare giorno, raggiungo casa mia, ha vinto la seconda opzione lavorerò da casa.
Nel tragitto prendo il cellulare aziendale e provo a chiamare il mio capo, ma con poco sucesso. Squilla un paio di volte poi cade la comunicazione, poco male un SMS, assolverà brillantemente. 
"Ciao sono in stazione ma non ci sono treni, non so quando la situazione si ristabilirà. Lavoro da casa"

7:30
Attraversando il condominio, mi rendo conto di quanti a quest'ora possano permettersi di essere ancora a letto. In un certo senso provo invidia e rispetto e con quanto mi é concesso dal cancello in ferro cerco di non far rumore.
La luce condominiale nell'atrio non c'è ancora, ma in casa prima c'era per cui mi sento tranquillo.
Salgo le scale e apro la porta.

7:35
Aaaaaah! Prima imprecazione del giorno. La luce non va e questa non rientra fra le buone notizie. Impiego pochi attimi a rispolverare la prima opzione. Andrò in macchina.
Passato il momento di gloria per aver brillantemente trovato una soluzioni alternativa, il tarlo del ritardo fa capolino presentandoli il conto. "Ciao... Hai scelto di percorrere 50km nel traffico dell'ora di punta..."
Fa nulla "caro" ho solo questa carta da giocarmi.
Avviserò per strada.

7:40
Se raggiungere la stazione al buio è stato difficile, raggiungere il box non é meno impegnativo. Le chiavi della macchina le ho prese, noto tuttavia che una sistemata la dovrei dare anche qui, vedo la pattumiera della settimana, quello che ancora attende di essere portato in discarica.
Vedo la mia roba da snowboard, lo skate in un stato di abbandono.
Ed é proprio questa parola "abbandono" che mi catapulta nella realtà, una strana associazione di idee mi rimbalza fra le pareti della scatola cranica "ma il cinguettare solito della mia zona che fine ha fatto? " bhe sarà colpa dell'insolito buio gli animali sentono queste cose più di noi.
Salgo i macchina il tempo stringe, ogni attimo perso é perso per sempre.

7:55
Il motore rugisce, dopo mesi di silenzio il canto di 160 cavalli e il serbatoi pieno, sono un buon presagio. Faccio manovra, chiudo il box, intono una strampalata canzone "che mi dicono essere il motivetto di un gioco a cui non ho mai giocato". *
Faccio la curva che mi porta alla rampa per uscire, e il primo ostacolo dei 50km é il cancello elettrico chiuso, che naturalmente non si aprirà.
Scendo dalla macchina salgo la rampa, apro con la chiave a frizione, e grazie anche alla molla il cancello si apre.

8:00
I fari rischiarano il buio, poca cosa, m sufficiente a farmi vedere dove vado. Al primo incrocio la strada é libera e a ben pensarci questo potrebbe essere l'evento più strano di tutta questa giornata.

Fu allora che sentii come una forte scossa, come quando da piccolo mi improvvisai elettricista, scoprendo che una presa a muro senza massa a terra poteva essere pericolosa. La scossa durò qualche minuto, provai emozioni contrastanti, difficili da descrivere utilizzando solo delle parole. Ero a poche centinaia di metri da casa, la macchina sembrava essersi arresa, lo scemare del brivido, lasciò spazio a mille domande, poi venne il vento così forte da sentirlo premere sui duemilacinquecento kili della mia macchina.
Durò poco durò tanto non ricordo ricordo solo che dopo il vento il buio lasciò il passo alla luce.

10 giorni dopo
Che giorno é? Non credo che sia un dato interessante. Mi sono fatto delle domande altre rispetto a questa, con maggior priorità rispetto a questa. 
Qualunque cosa sia successa é stata comunicata e diffusa probabilmente é stata definita pericolosa. Forse sono stati allestiti dei rifugi perché ad oggi e con più di 1000 km fatti non ho ancora incontrato nessuno. 
L'elettricità c'è qualche sito funziona ancora ma qualunque cosa sia successa pare abbia danneggiato molte apparecchiature.
La rete telefonica fissa funziona, tuttavia negozi, supermercati e altro sembrano chiusi e non abbandonati.
Il sole sorge, ma sembra che i giorni durino di più, il tarlo dorme e penso che lo farà ancora per parecchio tempo.

Non c'è rumore di fondo, ma é tornato il cinguettio e questo per il momento mi basta, ho finito le scorte di cibo, e mi sono dato una sola nuova regola, se ruberò lo farò per mangiare.




* fanfare di final fantasy

Il viaggio ...

Quando si inizia un viaggio ci si deve attrezzare e questa è la base.
In breve non devo ne partire ne organizzarmi, mi sono solo reso conto che una parte della mia vita la passo in treno e quel lasso di tempo è "esclusivamente" perso.

Non faccio nulla.. gioco con il mio telefonino, e questo è decisamente grave, perchè a tutti gli effetti mi trovo ad avere dei pollici "fortemente sviluppati" ma dei neuroni,benchè stimolati, ridotti in "pappa".

Quindi per non sprecare altro tempo, per non continuare a prendere per i fondelli chi lo fa, mi do una scossa e faccio qualcosa per me.

Scriverò... che cosa ??
Ecco questa è una splendida domanda.